L'editoriale

Canzio, le Procure “mediatiche” e il ruolo civico dell’informazione

La rituale, e francamente démodé, inaugurazione dell’anno giudiziario, aperta dalla manifestazione svoltasi l’altro giorno in Cassazione e proseguita ieri presso tutti i distretti di Corte d’appello, propone un’immagine “difensiva” della magistratura, ossessionata dal dilagare della criminalità soprattutto giovanile, dall’invasività della mafia economica, dai tempi del processo e dalla effettività della pena, ma stizzita soprattutto per la competizione che vive con il cosiddetto “foro mediatico”, divenuto di fatto una sorta di giurisdizione alternativa. Esiste, ha sostenuto il primo presidente della suprema corte, il salernitano Giovanni Canzio, una dinamica distorta che altererebbe le finalità di una corretta informazione sul processo, con gravi conseguenze per gli stessi imputati, per le parti offese e per chi indaga.
La novità della relazione di quest’anno è costituita dall’autocritica che ha accompagnato il rilievo. Un tempo si puntava l’indice contro l’informazione svincolata da ogni indugio etico e si individuava il problema nella perniciosa attività di irriducibili giornalisti bracconieri.

Il primo presidente della Corte suprema di Cassazione, invece, ha tentato con buona dose di coraggio di cambiare registro e lo ha fatto ancorandosi ad una denuncia argomentata contro uno specifico settore della magistratura, le Procure, peraltro in un giorno in cui le toghe hanno fornito la palmare evidenza di una profonda divisione al loro interno. E così i pm sono stati accusati di una spiccata autoreferenzialità anche in rapporto alla narrazione mediatica. Ne è conseguita la richiesta di aprire finestre di controllo giurisdizionale nel corso delle indagini preliminari. Una esigenza, questa, sottesa da una tacita e grave accusa di contiguità con i mass media, formulata peraltro in un’aula disertata dall’Anm, che ha scelto una sede separata di confronto per una contro-cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario, guarda caso proprio nella forma di una conferenza stampa. Una conferma, date le modalità, di quella vicinanza tra alcune toghe e la stampa, che sarebbe alla base del corto circuito tra processo penale e rito mediatico.

È significativo che il presidente Canzio abbia definito come “rito” il processo celebrato sui mezzi di informazione. In senso figurato, il rito è una prassi abituale o una consuetudine avvertita come inderogabile da qualcuno. Se così fosse, se cioè l’informazione sul processo si sia davvero trasformata, con la benedizione di alcuni operatori del diritto, nell’allestimento di un foro mediatico, saremmo in presenza di una preoccupante disobbedienza alle norme che lo Stato ha posto a presidio della funzione giurisdizionale. Il processo vero e proprio ha regole rigide, un luogo e un tempo (per quanto approssimativo) di svolgimento, professionisti celebranti che selezionano dati e prove da acquisire con rigore che si presume indiscutibile. Nel foro mediatico, condotto da chiunque (un’iscrizione all’Ordine dei giornalisti ormai si nega a pochissimi), non c’è luogo né tempo di svolgimento e i dati arrivano al taccuino o al microfono con una sovrabbondanza imbarazzante di dettagli, inanellati senza alcuna selezione, con la pratica abrogazione delle regole-setaccio della giurisdizione, per quanto imperfette o discutibili esse siano. Su questo disinibito fronte anti formalistico si fa addirittura largo l’idea che non vi sia giudice migliore dell’opinione pubblica. È la dilatazione del sogno di una galoppante democrazia diretta: chi vive di queste sublimazioni oniriche ritiene – in ossequio a forme di governo per così dire leaderistiche, di cui abbiamo memoria recente e conferme contemporanee – che un voto popolare maggioritario possa “assolvere” anche da colpe giudiziariamente accertate. Se questa grave confusione costituisce una “naturale” modalità di comportamento per alcuni pm, come insinua il presidente Canzio, saremmo di fronte a condotte eversive, nel senso che tali magistrati si porrebbero di fatto l’obiettivo di concorrere al rovesciamento di una dialettica processuale prevista per legge.

Le cose, probabilmente, non stanno proprio così, perché se esistono complicità abnormi tra settori della magistratura e dell’informazione (Mani Pulite nacque anche in questo modo), è inconfutabile che l’andatura dei processi sia lentissima e che tale stile lumachesco finisca per sfasare i percorsi giudiziari tra il momento iniziale della vicenda, giornalisticamente più interessante, e quello dibattimentale, fornendo alla rappresentazione massmediatica vantaggi enormi, anche per la desolante pratica del rinvio sistematico delle udienze.

Si scontrano la velocità richiesta da una società impaziente e superficiale e la lentocrazia di tribunali fossili, nei quali il tempo mette i calzari di piombo. È uno scontro favorito dal contrasto irrimediabile tra la pubblicità immediata di quanti ancora assistono ai processi nelle aule rispetto alla pubblicità mediata di chi le cause le segue da casa. Quest’ultima pubblicità è per definizione interattiva (anchorman, ospiti in studio, esperti, telefonate, rilanci sui social network).

Il presidente Canzio ha voluto ideologizzare, probabilmente estremizzando, una vicenda che sarà pure di costume e di cultura giuridica, ma testimonia della resistenza granitica di un ordine dello Stato, la magistratura, profondamente avversato e, all’occorrenza, blandito dal potere politico, e perciò ambiguo e ambivalente, che vive fuori del tempo presente, dimentico dell’esigenza divenuta insopprimibile della rapidità dell’informazione e dell’intollerabilità di divieti e segretezze talvolta inutili, nelle cui crepe entrano davvero i cacciatori di frodo della notizia.

Purtroppo di tale problema si parla in occasioni ufficiali, ma la pratica professionale continua a non mostrare soluzioni di continuità. E molti magistrati confermano, con la loro stessa

vita, rapporti saldi con le istituzioni pubbliche e la società civile più che con l’ordine giudiziario. È emblematico, per molti, il passaggio di campo, già all’indomani del pensionamento, dal proprio ufficio al vertice di qualcosa, qualunque essa sia.

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