Così la letteratura è sopravvissuta all’Inquisizione

Il libro del 1935 firmato dal critico cavese Sorrentino Il caso del Novellino scritto da Masuccio Salernitano

di ALESSIO DE DOMINICIS

Bruciare libri pubblicamente, e molto spesso anche gli autori di quelli, è stata consuetudine di tutte le epoche, compreso la presente, dall’Is giù giù fino a Savonarola, passando attraverso i famigerati Bücherverbrennungen hitleriani e la secolare attività dell’Inquisizione di Santa Romana Chiesa. La capillare attività di censura e bavaglio culturale di quest’ultima (durata in età della Controriforma attraverso l’indice dei Libri Proibiti, avente vigore di legge ecclesiastica, dal 1558 al 1966) ci offre il destro per parlare di un libro e di un autore – come è nostra consuetudine – a torto dimenticati e che appartengono di diritto alla tradizione culturale di Salerno e della sua Provincia. Parliamo stavolta di Andrea Sorrentino (1886-1948), storico e critico letterario, e del suo “La letteratura Italiana e il Sant’Uffizio”, Napoli, Perrella, 1935.

Nato a Cava de’ Tirreni, dopo gli studi ginnasiali e liceali presso la Badia segue a Napoli il corso di laurea in lingua e letteratura italiana, avendo per Maestri Torraca e D’Ovidio e già nel 1910 inizia la sua produzione di lavori critici su Tasso, Vico, Leopardi. Dalla cattedra di lettere italiane e latine presso il Liceo Tasso di Salerno passa nel 1929 alla libera docenza nell’Università di Napoli. In quello stesso anno esce nella nota collana editoriale “Classici del Ridere” dell’editore Formiggini (curatissima anche nel corredo grafico di Adolfo De Karolis e nella riproduzione di xilografie quattrocentesche) una bella edizione critica delle Novelle di Masuccio Salernitano (ca.1410-1475), curata magistralmente da Sorrentino – che riscatta il testo dall’arbitraria edizione di Settembrini (1875) – e a cui farà seguito nel 1933 un altro importante lavoro su Francesco Berni, pubblicato da Sansoni e composto con il consueto zelo nelle analisi e note linguistiche.

Arriviamo al 1935 e al libro di cui trattiamo, con l’importante premessa che ci soffermeremo sulla sola figura di Masuccio Guardati e sul suo “Novellino” (parecchie le altre edizioni del XX secolo, ma segnaliamo ai lettori: “Masuccio Salernitano, Novellino. Con appendice di prosatori napoletani del ’400, a cura di G. Petrocchi”, Firenze, Sansoni, 1957) segnato, come già in Boccaccio, dalla satira anticlericale, cucinata in salsa piccante in quelle cinquanta novelle tanto gradite alla corte aragonese che le ascoltava e al protettore del narratore, Roberto Sanseverino. Il testo di Sorrentino è estremamente articolato e – osservava già Riccardo Avallone in un suo saggio – (in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XXVII, n.1-4, 1967, pag. 151-171) “... considera gli scrittori italiani dalle origini a tutto il secolo XV (Dante, Petrarca, Boccaccio, gli autori minori del Due e Trecento, Pier della Vigna, Cecco d’Ascoli, i Fioretti di S. Francesco, Ser Giovanni Fiorentino, Franco Sacchetti, gli umanisti Bracciolini, Piccolomini, Valla, Pico, Pontano e l’Accademia Pontaniana, gli autori volgari del Quattrocento Masuccio, Pulci, Savonarola) in tutte le loro vicende riguardo alla censura inquisitoriale, e li studia in rapporto ai problemi concomitanti, quali le esigenze del pensiero cattolico, l’attività del luteranesimo, le ragioni d’arte, le condizioni della cultura, la sorte dei testi soggetti alla proibizione e all’espurgazione, l’opera filologica delle rassettature...”. In particolare il capitolo dedicato da Sorrentino a Masuccio (pagg.317-326 ) precisa, innanzi tutto, quanto già contenuto nell’edizione Formiggini, laddove – senza lesinare critiche, anche drastiche, agli eccessi di oscenità e al livore contro “il defettivo sesso muliebre” – riconosce che, tra meridionalismi e crudi latinismi, i dati certi sono: che il Novellino “... è una fonte grande di storia del Mezzogiorno nel secolo XV, e con i personaggi passano anche i luoghi meridionali: Napoli, Salerno, la costa di Amalfi, Cava de’ Tirreni, Sorrento, Gaeta, Brindisi e altre città della Puglia acquistano la cittadinanza della letteratura italiana”, e che esso è da riconoscersi “il primo libro di prosa italiana fuori dalla Toscana ...e lo scrittore salernitano, sebbene letterariamente incondito e intinto di pece oscena e incline a certa abbondevole oratoria, artista deve essere ritenuto: artista ora non compiuto, ora non fine, ora non decente, ma artista nato”.

Le novelle circolarono inizialmente in parziali raccolte manoscritte (come il bellissimo codice umanistico “Landau 17” della Bibl. Naz. di Firenze) per dilettare letterati e personaggi di corte col racconto di “falsi religiosi” e “del putrido villano sesso femmineo”; non conoscendo molto delle vicende personali di Masuccio anche Sorrentino, come altri biografi, si interroga sul motivo di tanto livore verso le donne, contro le quali riversa pagine e pagine di duro e pesante giudizio. Ma, dopo la morte del potente patrocinatore Roberto Sanseverino, ciò che costò la distruzione di quasi tutte le copie manoscritte finite nelle mani della censura ecclesiastica, fu la feroce satira anticlericale e il racconto, condito da epiteti infamanti, delle malefatte di preti e frati.

Una sola copia del manoscritto si salvò, passando nelle mani del tipografo-letterato Francesco Del Tuppo, che ne stampa a Napoli, sotto la protezione della corona aragonese, la prima edizione nel 1476; di questa che fu l’editio princeps nemmeno una copia ci è pervenuta, e Sorrentino (pag. 325-326) elenca le edizioni successive – a partire dalla milanese del 1483 – quasi tutte precedenti la Controriforma. La lingua sbrigliata e insolente di Masuccio, il più acre e sdegnoso nemico del clero di tutto il Quattrocento italiano, è definitivamente imbavagliata dal Sant’Uffizio e il Novellino, uno dei maggiori testi novellistici prodotti in seno alla tradizione boccacciana, si ebbe una caccia spietata per oltre tre secoli. Abbia avuto o meno il Salernitano dei motivi personali di rancore verso le donne e i preti non ci è dato di sapere- ma

i costumi e la morale dei suoi tempi non furono di certo immacolati.

E infine ci chiediamo: quanta più grande ispirazione avrebbe la rustica vena narrante di un Masuccio redivivo, nello scorrere le attuali cronache riguardanti politica, religione e costume?

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