Pagani

Scioglie plastica bollente sulla moglie: a giudizio

L'uomo per vendicarsi di presunti tradimenti era arrivato a fare delle sevizie alla consorte

PAGANI. Affronterà il processo con l’accusa di lesioni gravissime, sequestro di persona e maltrattamenti consumati nei confronti della moglie, il marocchino C.K., difeso dall’avvocato Cembalo, atteso davanti al giudice monocratico del Tribunale di Nocera Inferiore il prossimo 19 aprile. Secondo l’accusa, partita dalla denuncia presentata dalla donna, la vicenda si sarebbe consumata in una casa divenuta luogo di torture, con le catene alla porta e le finestre sprangate.

In quel luogo sono riportate sevizie nelle parti intime con liquido bollente per comportamenti passionali, «dove le zone erogene colpite - scriveva il gip del tribunale di Nola Giuseppe Pepe, inizialmente titolare del fascicolo nella fase iniziale dell’inchiesta - simboleggiano la femminilità che l’indagato voleva aggredire per punire l’infedeltà, vera e presunta, della donna nei suoi confronti». Il 32enne marocchino C. K. fu arrestato e tradotto al carcere di Poggioreale, col successivo trasferimento degli atti alla procura e al gip di Nocera Inferiore per competenza territoriale. Il fascicolo della Procura si compone del racconto della vittima, raccolto dai carabinieri insieme a due decisive testimonianze incrociate: «L’ultima volta che sono uscita con lui era aprile per fare la spesa. Nel periodo in cui mi ha chiusa in casa l’ho raccontato a mia mamma e lei mi ha detto di scappare altrimenti lui mi avrebbe ucciso». Il giorno della tortura con la plastica bollente, nel maggio 2016, è rievocato in passaggi precisi.

«Alle sette e mezza di sera mi ha chiesto di spogliarmi nuda e di confessare se avevo relazioni, io ho negato. Mi ha insultato, ha iniziato a picchiarmi dicendo che ero una prostituta, mi ha preso a schiaffi, pugni, calci, morsi su piede e spalla, fino a colpirmi in viso con una testata e mi ha rasato i capelli». Nelle mire dell'uomo, ormai fuori controllo e pronto a tutto c’erano le relazioni pregresse di lei, il suo precedente lavoro a Dubai e fantomatici appuntamenti in casa con altri uomini, col marito fuori per lavorare.

La tortura culminava nella punizione estrema: «Mi ha legato stretto polsi e caviglie con una fascetta bianca, ha minacciato di uccidermi - riferì ancora lei- ha preso un cucchiaio di plastica vicino ai fuochi della cucina e ha iniziato a sciogliermi la plastica sull’inguine dicendomi che con quelle parti io l’avevo tradito e per questo andavano bruciate, mi ha colato la plastica

sul ventre, mi ha fatto girare a terra e ha sciolto una bottiglia di plastica dopo averla svuotata, facendomela colare dietro, tra le natiche, continuando a minacciarmi di morte». La donna fu soccorsa a Nocera, durante la fuga, e portata a San Giuseppe.

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