L'editoriale

Clochard uccisi due volte dal ghiaccio e dal silenzio

I senzatetto morti a Battipaglia e a Pontecagnano rimossi anche dai media

di ANDREA MANZI
Aziz, 42 anni; Jacek, 48; Stefan, 70. Sono i tre extracomunitari morti di freddo nel Salernitano. I primi due a Battipaglia, l’ultimo a Pontecagnano. Aziz è stato rinvenuto supino, con la faccia a terra. Il cadavere del secondo, Jacek, è stato scoperto in un vecchio opificio di via Matteo Ripa, a pochi passi dal centro: il gelo, come una lama, gli aveva trapassato il cuore, consegnandolo in un lampo alla morte. Un cuore troppo tenero, il suo, eppure aveva retto all’ebbrezza costante di una vita alcolica.
Il terzo non stava bene, era andato poche ore prima al pronto soccorso del “Ruggi” per un controllo, rifiutando poi il ricovero. Lo hanno trovato come una statua di ghiaccio, occhi impietriti, in un vecchio rudere di via Magellano, un’area nella quale i disperati senza fissa dimora costruiscono con cura la festa mobile della solidarietà (tra ultimi) e si stringono alla vita con tenerezza infantile.
Su dieci clochard uccisi dal freddo in Italia, in tre - Azir, Jacek e Stefan - hanno lasciato la vita a pochi chilometri da Salerno.
Sono scomparsi nel nulla dei ghetti post-moderni e la loro morte è rimasta anonima, non rientrando nemmeno nel computo nazionale dei migranti uccisi dal freddo. I calcoli dei decessi da ghiaccio si fermano a Roma. La contabilità funebre non attraversa, chissà perché, il Garigliano che rimane, in un certo senso, il limite geografico della verità, la linea Maginot della tragedia replicabile nel racconto giornalistico globale. Gli organi di informazione preferiscono registrare le storie eclatanti, è vero, quelle che evidenziano compiutamente le tragedie dell’umanità. Di questi tempi occorrono i numeri alti per fare una notizia. Amnesty International stima in centinaia di migranti al giorno il flusso di disperati che affrontano il freddo e i rischi della traversata, dalla Turchia, per raggiungere l’Europa. Sono già 63mila i rifugiati stipati in Grecia da quando è stata chiusa la rotta balcanica. Un esercito di vinti, rinchiuso in campi di accoglienza al collasso, dentro tende afflosciate per i blocchi di ghiaccio che le sovrastano. Tsipras ha inviato a Lesbos una nave per ospitare 500 profughi e proteggerli dal freddo: lì i migranti sono più di seimila e i posti disponibili non arrivano alla metà. Se con la nave sgangherata del premier greco si frigge il pesce con l’acqua, l’Ungheria di Viktor Orban ha annunciato di voler addirittura mettere in detenzione tutti i migranti, anche se chiedono legittimamente asilo.
Viviamo in un’Europa dove si parla con indifferenza di miliardi di euro, mentre per la stragrande maggioranza dei nostri elettori mille euro in più o in meno sono una somma decisiva, ha osservato il presidente uscente del Parlamento europeo Martin Schulz, invitando a non guardare ai bilanci soltanto dal lato della spesa (da contenere). I tagli avvengono, infatti, in maniera repentina e violenta, ma tentennamenti ed esitazioni si moltiplicano quando occorre accelerare sulla giustizia sociale, attraverso l’allargamento della base imponibile o tassando chi ha di più.
Se la verità stenta ad emergere lungo le grandi frontiere trans-nazionali, dove il monitoraggio giornalistico è più costante e attento, le periferie del globo, come Battipaglia e Pontecagnano, retrocedono addirittura ad aree negate o rimosse, ignorate cioè da qualsivoglia rilevazione giornalistica o statistica, nazionale o europea. A Battipaglia c’è voluto il secondo morto di freddo per far prendere coscienza alle istituzioni locali di una tragedia avvenuta “in casa”. Soltanto allora ci si è attivati con interventi di sostegno e soccorsi adeguati. A Salerno e a Napoli ci si è mossi con grande ritardo, anche a causa di una politica efficiente e rapida soltanto nel predisporre e assestare colpi bassi tra contendenti e competitori. Lo spettacolo della contesa perdurante tra De Magistris e De Luca, per future strategie elettorali e controllo dei pacchetti di voti, testimonia di un potere che preferisce andare alla guerra per non andare al lavoro nell’interesse delle comunità.
C’è da colmare un silenzio preoccupante intorno alle tragedie dell’umanità, che convivono ormai con tutti noi. Il potere (e l’informazione che vive prevalentemente nel cono di complicità delle leadership dominanti) ha perduto finanche la capacità di stupirsi, rinunciando a riconoscersi di fronte alla epocale crisi che viviamo e ostinandosi a calcare un paesaggio surreale, nel quale ci si rifugia in pseudo-eventi che scadono nel volgare o nell’insensatezza. Si preferisce l’area delle false rappresentazioni, quindi della disinformazione. Qui, su questa deriva, dove il senso di ogni parola scorre da un significante all’altro senza mai diventare significato, vige un’alleanza ferrea tra il potere e l’informazione, per cui, quasi automaticamente, la funzione del “far vedere” si trasforma

nella tentazione di “farsi vedere”. Una logica di bassissimo livello culturale, proprio quella che ha travolto Aziz, Jacek e Stefan, trascinandoli nell’oscurità del nulla, uccidendoli, cioè, una prima volta con l’indifferenza e una seconda con il silenzio.
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