La verità di monsignor Scarano
«Mai riciclato denaro sporco»

Il prelato salernitano è stato sospeso dall’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede L’indagine è partita da un furto nella sua abitazione, inquirenti insospettiti dal valore delle opere

La sua verità monsignor Nunzio Scarano l’ha già raccontata al sostituto procuratore Elena Guarino, che l’ha iscritto sul registro degli indagati, insieme ad altre 56 persone, per il reato di riciclaggio. Accompagnato dall’avvocato Silverio Sica, ha rivendicato la provenienza lecita di quei soldi, serviti per uscire da una società immobiliare (costituita con alcuni familiari) estinguendo un’ipoteca su un appartamento che aveva dato in garanzia. A insospettire gli inquirenti è stata la modalità dell’operazione, compiuta tramite finte donazioni di terzi, con assegni da 10mila euro subito rimborsati in contanti per un totale di 560mila euro. La Procura vuole capire da dove siano arrivati i soldi liquidi e se esiste un collegamento tra la disponibilità finanziaria del prelato e il suo ruolo nell’Apsa, l’organismo vaticano che gestisce le proprietà della Chiesa.

Monsignor Scarano, qual è la sua versione dei fatti?

Io non ho rubato niente, non ho mai riciclato denaro sporco e sono una persona corretta, che in vita sua ha fatto sempre e solo del bene. Ho avuto la benedizione di incontrare sulla mia strada persone facoltose, che mi hanno sempre sostenuto nelle mie opere di carità. Lo dico davanti a Dio, non ho mai fatto nulla di male.

La Procura però le contesta quegli assegni fittizi...

La verità è che ho avuto pessimi consiglieri. Avrei potuto fare quel versamento alla luce del sole, non avevo bisogno di sotterfugi perché non avevo niente da nascondere. Ma io ragiono di diritto canonico non di quello finanziario, mi sono affidato alla mia ex commercialista che però mi ha consigliato malissimo.

Si è chiesto perché?

Non lo so, mi ha fatto commettere tanti errori.

Lo ha detto al magistrato?

Certo. Ho chiesto io di essere ascoltato, ho spiegato che quel denaro era tutto pulito e ho pure invitato ad acquisire tutte le carte, a chiedere anche in Vaticano, dove sono talmente attenti che nessuna anomalia sarebbe potuta sfuggire. La mia coscienza è a posto, credo che il Tribunale di Dio sarà più clemente.

L’indagine è partita da un furto che lei ha subìto in casa lo scorso dicembre...

Sì, sono passato dalla condizione di vittima a quello di presunto carnefice.

Gli investigatori sono stati insospettiti dal valore elevato delle opere in suo possesso. Lei come lo spiega?

Tante cose mi sono state donate. Inoltre prima di essere sacerdote ero un funzionario di banca, avevo conservato dei soldi, poi ho venduto una casa e una parte del ricavato mi è rimasta. In tanti anni di lavoro e di sacerdozio non si può mettere da parte qualcosa? Io sono una persona perbene, servo la Chiesa da 26 anni e ho sempre fatto del bene a tutti. L’ultimo progetto a cui sto lavorando è una casa per malati terminali.

Come ha convinto 56 persone a firmare quegli assegni?

Molte sono persone care, professionisti con cui mi legano rapporti di amicizia, anche perché il mio cuore è stato sempre aperto a tutti. Mi amareggia che il mio nome venga adesso infangato per una cosa che non ho commesso volutamente. Io ho sempre combattuto la disonestà, non farei mai nulla di illecito. E poi lavoro nell’organismo per il patrimonio della Santa Sede, come avrei mai potuto?

Però adesso l’Apsa l’ha sospesa, non è vero?

Sono stato io a informarli dell’inchiesta e a chiedere di essere sospeso dall’incarico, perché si facesse completa chiarezza.

Cosa c’entra in questa storia l’Amministrazione per il patrimonio della sede apostolica?

Assolutamente nulla. È una vicenda personale.

Adesso che farà?

In queste

ore il mio impegno è tutto volto a tutelare mia madre, che ha 88 anni e non deve avere dispiaceri. Spero di riuscire a non farle sapere nulla di tutto questo fango. Se dovesse accaderle qualcosa, chi è responsabile di questa storia ne risponderà davanti a Dio.

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